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“Tra ciò che è previsto e ciò che accade”

Anche se non lascia conseguenze continua comunque a produrre effetti
24 Aprile 2026

Nel lavoro quotidiano succedono cose che non lasciano conseguenze evidenti, ma che non sono neutre. Non si tratta di eventi eccezionali o facilmente riconoscibili. Si tratta, più spesso, di piccole variazioni che si inseriscono nel flusso operativo senza interromperlo.

Un passaggio viene anticipato, una sequenza viene saltata perché ritenuta non necessaria, un’attività viene eseguita in modo leggermente diverso da quanto previsto. Il lavoro continua, a volte anche in modo più fluido, senza attriti apparenti. Ed è proprio questa continuità a rendere tutto più difficile da osservare.

Quando una deviazione non produce effetti immediati, tende a non essere riconosciuta come tale. Non viene segnalata, non viene discussa, non viene formalizzata. Rimane dentro il lavoro, si ripete, si consolida. Con il tempo smette di sembrare una deviazione e diventa il modo in cui le cose vengono fatte.

In questa dinamica si collocano anche i near miss, eventi che non producono danni alle persone ma che interrompono o modificano l’attività lavorativa e che, proprio per questo, raramente vengono riconosciuti come rilevanti. Non rappresentano una categoria separata, ma la manifestazione più evidente dello stesso sistema che, nelle sue componenti umane e organizzative, genera sia gli eventi senza conseguenze sia quelli con esiti più gravi.

Osservati in questa prospettiva, i near miss costituiscono la parte più ampia e frequente del funzionamento reale. Sono ciò che, in ambito sicurezza, viene spesso rappresentato come la base della piramide degli eventi: una quantità estesa di situazioni che non producono danno, ma che condividono le condizioni che, in presenza di variabili diverse, potrebbero generarlo.

Il loro valore non è legato all’evento in sé, ma alla possibilità di intercettare, in una fase ancora non critica, elementi che altrimenti emergerebbero solo a posteriori. In questo senso, il near miss non è semplicemente un mancato infortunio, ma uno strumento di lettura dell’insieme, che consente di comprendere dove e come il lavoro si discosta da quanto previsto, o da quanto non previsto dal lavoro, prima che questa distanza produca conseguenze gravi ed importanti sui lavoratori stessi.

Non è necessariamente un errore. Più spesso è un adattamento.

Le persone, nella pratica, fanno funzionare il sistema anche quando il sistema, così com’è stato progettato, non è perfettamente aderente alla realtà operativa. Tengono insieme tempi, obiettivi, variabilità. Intervengono dove serve, compensano, semplificano, trovano soluzioni. È una competenza reale, spesso invisibile, che permette al lavoro di andare avanti.

Il punto è che queste soluzioni, se non entrano nel sistema, restano fuori dal suo governo. Lo stesso vale per i near miss: se non vengono raccolti e analizzati, continuano a esistere come episodi isolati, senza trasformarsi in informazioni ed azioni utili ai fini prevenzionistici.

In molte aziende l’attenzione si concentra su ciò che produce un esito: un infortunio, una non conformità, un fermo impianto. È lì che si attivano analisi, verifiche, azioni correttive. Ma molto prima che questi eventi si manifestino, il lavoro aveva già iniziato a cambiare forma.

Non in modo improvviso. In modo progressivo, quasi impercettibile.

Si crea una distanza tra ciò che è previsto e ciò che accade. Una distanza che non è necessariamente un problema in sé, ma che diventa critica quando non viene riconosciuta.

Dal punto di vista normativo, questo passaggio non è secondario. Il lavoratore è tenuto a segnalare le condizioni di pericolo e le anomalie che osserva (art. 20, D.Lgs. 81/08). Allo stesso tempo, il datore di lavoro e i dirigenti devono organizzare un sistema in grado di intercettare e gestire queste informazioni (art. 18, D.Lgs. 81/08).

Nella pratica operativa, però, tra ciò che viene visto e ciò che viene detto ci sta il mare. Non è solo una questione di volontà. È una questione di contesto. Se segnalare richiede tempo che non c’è, se espone a interpretazioni personali, se non produce effetti visibili dai lavoratori coinvolti, tende a non accadere. Non per disattenzione, ma perché non è sostenibile nel flusso reale del lavoro.

Per questo un sistema di segnalazione funziona quando è semplice, accessibile e coerente con l’operatività quotidiana. Quando non appesantisce il lavoro, quando tutela chi segnala, quando restituisce qualcosa. Questo vale in modo particolare per i near miss, che esistono solo nella misura in cui vengono riconosciuti e condivisi.

Questi elementi non sono accessori. Sono coerenti con i principi generali di prevenzione (art. 15, D.Lgs. 81/08), che richiedono non solo misure tecniche, ma anche un’organizzazione del lavoro adeguata.

Quando le informazioni restano informali, continuano comunque a esistere. Si trasmettono tra operatori, si sedimentano nelle pratiche, diventano parte del sistema senza essere mai state davvero osservate.

Quando invece vengono raccolte, iniziano a restituire una lettura diversa. Non più solo episodi isolati, ma ricorrenze. Alcune attività che presentano criticità più frequenti, alcune fasi operative più esposte, alcune condizioni che si ripetono nel tempo. Anche l’analisi dei near miss, quando condotta su un numero sufficiente di segnalazioni, permette di individuare queste tendenze e di rendere visibili elementi che altrimenti resterebbero dispersi nel lavoro quotidiano.

È in questa fase che il lavoro diventa leggibile e, soprattutto, modificabile.

Questo si collega direttamente alla valutazione dei rischi (art. 28, D.Lgs. 81/08), che non può rimanere ancorata a una fotografia iniziale, ma deve evolvere in funzione delle condizioni reali, deve essere dinamico insieme al sistema lavorativo che evolve.

Le azioni che ne derivano non sono sempre complesse. A volte riguardano una procedura che non è praticabile così com’è. Altre volte una sequenza operativa che va rivista. Altre ancora un diverso modo di gestire tempi e carichi.

C’è poi un passaggio che incide più di quanto si pensi, probabilmente è il passaggio fondamentale in tutto il processo.

Il ritorno.

Quando una segnalazione genera una risposta, anche minima, il sistema prende forma. Quando non succede nulla, progressivamente si svuota. Le situazioni continuano a verificarsi, ma smettono di essere condivise. Questo vale in modo diretto anche per i near miss: senza un ritorno visibile, la loro segnalazione tende a ridursi fino a scomparire, lasciando il sistema privo di una delle sue principali fonti di apprendimento.

In questo senso, il coinvolgimento dei lavoratori e dei loro rappresentanti (art. 50, D.Lgs. 81/08) non è solo un adempimento formale, ma una condizione concreta per mantenere attivo il flusso delle informazioni.

Se si guarda indietro, dopo un evento con conseguenze, capita spesso di ritrovare tracce già presenti. Situazioni osservate, gestite sul momento, risolte localmente, ma mai entrate davvero nel sistema. Spesso si tratta proprio di near miss che, non essendo stati riconosciuti, segnalati, valutati e per tanto valorizzati, non hanno contribuito a modificare le condizioni che li hanno generati.

Questo evidenzia una dinamica nota: la distanza tra lavoro prescritto e lavoro reale. E questa distanza va conosciuta.

Anche attraverso strumenti che permettono di leggere il sistema mentre funziona, prima che produca esiti evidenti. Tra questi, il near miss rappresenta uno dei più significativi, perché rende osservabile ciò che normalmente rimane implicito.

In questo senso, lavorare su queste informazioni significa intervenire quando il margine è ancora aperto.

Alla fine, la differenza sta tutta qui. Non tanto in quello che succede, ma in ciò che decidiamo di non lasciare andare via così com’è.

In quelle cose che funzionano, ma che vale comunque la pena fermarsi a guardare.