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Non erediti da tuo padre

Tra gli Akan, cambiare una regola di trasmissione ha cambiato anche il modo di distribuire potere, futuro e possibilità
29 Maggio 2026

Ci sono sistemi sociali che, appena li si incontra, sembrano appartenere a un’altra logica del mondo. Non perché siano incomprensibili, ma perché costringono a guardare da fuori qualcosa che per noi appare naturale. La famiglia, per esempio. L’eredità. L’idea stessa di continuità.

Nelle società Akan dell’Africa occidentale, diffuse storicamente soprattutto nell’attuale Ghana e in parte della Costa d’Avorio, la discendenza non seguiva la linea paterna come accade nella maggior parte delle strutture occidentali contemporanee. Appartenenza al clan, successione e trasmissione di alcuni beni e ruoli passavano attraverso la linea materna. Un uomo poteva avere figli, crescerli, sostenerli economicamente, eppure il sistema di continuità del clan non si organizzava attorno a loro, ma alla famiglia della madre.

È un dettaglio che cambia completamente la prospettiva.

Perché obbliga a capire che il potere non dipende soltanto da chi lo esercita visibilmente. Dipende soprattutto da come una società decide di trasmetterlo.

La semplificazione più comune, quando si parla degli Akan, è definirli una “società governata dalle donne”. Ma è una lettura imprecisa, quasi folkloristica. Molte posizioni di autorità tradizionale restavano maschili. La differenza stava altrove: nella struttura che legittimava quelle posizioni. Alcune successioni venivano identificate attraverso il lignaggio materno e figure come la ohemma, spesso tradotta come “queen mother”, avevano un ruolo importante proprio nella continuità dinastica.

A colpire, però, non è soltanto l’assetto originario. È quello che accade quando quell’equilibrio viene modificato.

Nel 1985 il Ghana introduce l’Intestate Succession Law, una riforma che prova a rafforzare la tutela della famiglia nucleare nell’accesso all’eredità. In altre parole, cambia il modo in cui beni e continuità possono essere trasmessi ai figli.

Sembra una questione giuridica. In realtà è una questione culturale profondissima.

Perché quando si modifica una regola di trasmissione non cambia soltanto la distribuzione finale delle risorse. Cambiano anche i comportamenti delle persone, le strategie familiari, le aspettative, perfino il modo in cui si immagina il futuro.

Uno studio delle economiste Eliana La Ferrara e Annamaria Milazzo ha osservato proprio questo fenomeno nelle comunità Akan coinvolte dalla riforma. Prima del cambiamento normativo, in molti contesti la terra non poteva essere facilmente trasferita ai figli biologici maschi, perché la logica ereditaria seguiva il clan materno. Per questo l’istruzione diventava una delle principali forme di investimento possibile sui figli.

Dopo la riforma, però, qualcosa si sposta. Quando aumenta la possibilità di trasferire beni direttamente ai figli, diminuiscono gli investimenti educativi. Lo studio rileva che i maschi Akan esposti alla riforma registrano in media circa 0,9 anni di istruzione in meno.

È uno di quei dati che non impressionano immediatamente, ma che diventano enormi appena li si osserva davvero.

Perché mostrano che le persone non reagiscono soltanto ai valori dichiarati. Reagiscono alle architetture invisibili che regolano convenienza, continuità e aspettative.

In fondo, è una dinamica che conosciamo molto bene anche oggi, solo con linguaggi diversi.

C’è una frase attribuita a Marshall McLuhan che sembra attraversare perfettamente questo tema: “Noi modelliamo i nostri strumenti e poi i nostri strumenti modellano noi.” Le regole funzionano così. Una volta introdotte, smettono di essere semplici cornici e iniziano a produrre comportamento.

Un criterio di valutazione non serve soltanto a misurare il merito: nel tempo costruisce l’idea stessa di cosa venga considerato meritevole. Una politica retributiva non fotografa soltanto differenze già esistenti: contribuisce a renderle normali oppure inaccettabili. Un sistema di promozione non decide soltanto chi sale di ruolo: definisce anche chi, lentamente, smetterà di considerarsi adatto.

Ed è forse qui che la storia degli Akan smette di essere una curiosità antropologica e diventa qualcosa di molto più vicino.

Negli ultimi anni moltissime organizzazioni hanno iniziato a misurare la parità di genere attraverso indicatori, percentuali, rappresentanza e presenza femminile nei ruoli decisionali. È un passaggio importante, necessario. Ma c’è una domanda più scomoda che spesso rimane sullo sfondo: cosa succede se cambiamo la composizione delle persone senza modificare davvero le regole attraverso cui il potere continua a circolare?

Perché un’organizzazione può aumentare la presenza femminile e mantenere intatti i propri meccanismi di continuità. Può dichiarare obiettivi di equità e continuare a distribuire opportunità attraverso reti informali sempre uguali. Può misurare indicatori impeccabili senza intervenire sui luoghi in cui si formano davvero autorevolezza, fiducia e accesso.

È qui che il tema smette di riguardare soltanto la rappresentanza e diventa un tema di struttura.

Le società Akan, osservate oggi, hanno la forza delle cose che rendono visibile ciò che normalmente non vediamo. Mostrano che il potere non coincide semplicemente con chi occupa una posizione, ma con il sistema che rende quella posizione trasmissibile, riconoscibile e legittima nel tempo.

Ed è probabilmente questo il punto più difficile anche per le organizzazioni contemporanee.

Capire che la parità non si gioca soltanto nella presenza, ma nei meccanismi che decidono come vengono trasmesse opportunità, fiducia, riconoscimento e possibilità di crescita.

Per questo le organizzazioni più mature non si limitano più a misurare la rappresentanza. Provano a capire dove nascono davvero le asimmetrie: nei criteri di valutazione, nelle promozioni, nella distribuzione dei progetti strategici, nel modo in cui viene riconosciuta l’autorevolezza, nelle conversazioni informali che anticipano le decisioni ufficiali.

Perché è lì che il sistema decide chi avrà continuità.

Esattamente come accadeva nei clan.

Forse è anche per questo che le società ci affascinano tanto quando sembrano lontane. Perché, a volte, riescono a rendere visibili meccanismi che nelle nostre organizzazioni continuano a esistere in forme molto più sofisticate. Cambiano i linguaggi, cambiano le strutture, cambiano gli strumenti, ma la domanda resta sorprendentemente simile:

chi eredita davvero il futuro?