All’inizio di febbraio 2025 una notizia proveniente dalla Repubblica Ceca è riuscita a conquistare le pagine di giornali che normalmente si occupano di politica, economia e ambiente. Non parlava di una nuova tecnologia, di un grande investimento pubblico o di un accordo internazionale. Parlava di castori.
La vicenda si svolge nella regione di Brdy, a sud-ovest di Praga. Dal 2018 le autorità stavano lavorando a un progetto di ripristino ambientale destinato a recuperare una zona umida degradata da un sistema di drenaggio costruito decenni prima dall’esercito. Gli studi erano stati completati, i permessi richiesti e le risorse individuate, circa 30 milioni di corone ceche, l’equivalente di circa 1,2 milioni di dollari. Come accade spesso quando si interviene sul territorio, il progetto si era però progressivamente intrecciato con dispute sulla proprietà dei terreni tra l’amministrazione militare e l’autorità del bacino della Vltava, restando bloccato per sette anni.
Nel frattempo, senza conoscere piani strategici, valutazioni di impatto o cronoprogrammi, una famiglia di otto castori aveva iniziato a fare ciò che la loro specie fa da milioni di anni: costruire dighe.
Nel giro di pochi giorni l’acqua aveva modificato il proprio percorso, nuove aree si erano allagate e l’ecosistema aveva iniziato a recuperare alcune delle caratteristiche che il progetto umano stava cercando di ricreare, proprio negli stessi punti individuati dagli ingegneri. Secondo l’amministrazione dell’area protetta di Brdy, i castori hanno completato l’opera “senza alcuna documentazione di progetto e gratuitamente”, facendo risparmiare alle autorità ceche l’intero importo previsto.
La storia è stata raccontata quasi sempre con un tono divertito. Del resto, è difficile resistere al fascino di una notizia che sembra scritta da uno sceneggiatore particolarmente ironico. Da una parte tecnici, amministrazioni e iter autorizzativi durati sette anni. Dall’altra una manciata di roditori, in pochi giorni.
Eppure, più leggevo la vicenda, meno mi sembrava una curiosità.
Perché ciò che rende interessante questa storia non è il fatto che dei castori abbiano costruito una diga. Lo fanno da sempre.
Il punto è che questa notizia arriva in un momento storico in cui il nostro rapporto con la natura sta cambiando.
Per oltre un secolo abbiamo interpretato il progresso come la capacità di controllare gli ecosistemi. Abbiamo bonificato paludi, rettificato fiumi, costruito argini, canali e infrastrutture capaci di rendere prevedibile ciò che per sua natura non lo era. Guardando la storia è difficile sostenere che fosse una scelta sbagliata. Molte delle aree agricole che alimentano l’Europa, gran parte delle città in cui viviamo e una parte significativa della nostra sicurezza economica esistono proprio grazie a questa capacità di intervenire sul territorio.
Eppure ogni scelta produce conseguenze che diventano visibili soltanto molti anni dopo.
I dati raccolti dal Biodiversity Information System for Europe, la piattaforma scientifica collegata all’Agenzia Europea dell’Ambiente, parlano di una perdita pari a circa l’80% delle zone umide europee esistenti un secolo fa. Una stima più recente del Joint Research Centre della Commissione Europea, pubblicata nel 2025 sulla rivista Nature Water, quantifica la perdita storica intorno al 70%. Paesi come Irlanda, Lituania, Cechia, Ungheria, Italia, Finlandia e Germania hanno perso più del 75% delle loro zone umide storiche. In molti casi sono state drenate per fare spazio all’agricoltura, all’urbanizzazione o alle infrastrutture. Per lungo tempo questa trasformazione è stata considerata una conquista.
Oggi conosciamo, con un livello di dettaglio che pochi anni fa sarebbe stato impensabile, le funzioni che quelle zone umide svolgevano e quanto sia difficile sostituirle.
Secondo lo studio del JRC, le zone umide europee ancora esistenti rimuovono ogni anno circa 1.092 kilotonnellate di azoto dalle acque superficiali. Senza questo servizio ecosistemico, i carichi di azoto che raggiungono il mare sarebbero superiori di circa il 25%. Gli stessi autori calcolano che ripristinare il 27% delle zone umide storicamente drenate per l’agricoltura, circa il 3% della superficie europea concentrata nelle aree a maggiore pressione di azoto, potrebbe ridurre i carichi inquinanti fino al 36%.
Oltre alla depurazione delle acque, le zone umide assorbivano le piene, trattenevano acqua durante i periodi siccitosi, ospitavano biodiversità e contribuivano allo stoccaggio del carbonio.
Nel frattempo il cambiamento climatico ha iniziato a rendere evidente un’altra realtà. Molte delle infrastrutture che abbiamo progettato nel corso del Novecento sono state pensate per un clima diverso da quello che stiamo sperimentando oggi. Le precipitazioni estreme diventano più frequenti, i periodi di siccità si allungano e gli eventi meteorologici assumono caratteristiche che, fino a pochi decenni fa, erano considerate eccezionali.
È in questo contesto che ha iniziato a prendere forma un approccio diverso, oggi sostenuto da un impianto scientifico e normativo via via più solido.
Janine Benyus, biologa statunitense e fondatrice del concetto di biomimetica, ha sintetizzato questa prospettiva in una frase tanto semplice quanto radicale:
“L’obiettivo non è dominare la natura, ma comprendere come lavorare con essa.”
Le istituzioni europee, le Nazioni Unite e l’International Union for Conservation of Nature (IUCN) parlano sempre più spesso di Nature-Based Solutions.
Non si tratta di un’espressione generica. Esiste una definizione tecnica, formalizzata per la prima volta dall’IUCN nel 2016 e adottata nel 2022 dall’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Le Nature-Based Solutions comprendono azioni di protezione, conservazione, ripristino e gestione sostenibile degli ecosistemi naturali o modificati, capaci di affrontare sfide sociali, economiche e ambientali generando al tempo stesso benefici per il benessere umano, la resilienza, la biodiversità e i servizi ecosistemici.
Per evitare che il concetto rimanesse un’etichetta vuota, nel 2020 l’IUCN ha pubblicato il Global Standard for Nature-based Solutions, oggi alla sua seconda edizione. Lo standard definisce otto criteri e specifici indicatori per progettare, verificare e portare a scala questi interventi, distinguendoli da operazioni di greenwashing o da soluzioni improvvisate.
Non si tratta di sostituire la tecnologia con la natura, né di abbandonare la pianificazione o immaginare un ritorno romantico a un passato idealizzato.
La novità è più sottile e forse proprio per questo più interessante.
Per la prima volta da molto tempo stiamo iniziando a considerare gli ecosistemi non soltanto come qualcosa da proteggere, ma anche come qualcosa con cui progettare, secondo criteri verificabili e non semplicemente sulla base dell’intuizione.
Uno degli esempi più studiati arriva dai Paesi Bassi.
Dopo le alluvioni del 1993 e del 1995, che causarono l’evacuazione di oltre 200.000 persone, il governo olandese si rese conto che continuare ad alzare gli argini lungo Reno e Mosa non riduceva il rischio, ma lo concentrava. In caso di cedimento, l’impatto sarebbe stato catastrofico.
Nacque così, a partire dal 2007, il programma Room for the River. Furono valutati oltre 700 possibili interventi e circa 40 vennero selezionati, tra cui lo spostamento degli argini verso l’interno, la creazione di canali di scarico e l’abbassamento delle piane alluvionali in 30 località.
Studi idraulici pubblicati successivamente hanno quantificato due benefici distinti: una riduzione delle conseguenze in caso di alluvione e una minore probabilità di cedimento degli argini. Un fiume che dispone di una pianura allagabile più ampia è infatti meno sensibile alle incertezze sulle portate future.
Non un atto di fede nella natura, quindi, ma una strategia di gestione del rischio sottoposta a verifica tecnica.
A questo punto sarebbe facile trasformare il tema in una contrapposizione tra uomo e natura.
Sarebbe anche il modo più veloce per fraintenderlo.
Le Nature-Based Solutions, nella loro accezione tecnica, non sostengono che la natura sia migliore dell’ingegneria. Così come nessun tecnico serio proporrebbe di sostituire infrastrutture strategiche con un generico affidamento ai processi naturali.
La vera sfida, quella su cui lavorano oggi standard internazionali, programmi di ricerca della Commissione Europea e organizzazioni come l’IUCN, consiste nel comprendere, con strumenti di verifica e indicatori misurabili, quando gli ecosistemi possano integrare, rafforzare o rendere più efficaci gli interventi progettati dall’uomo.
Ed è qui che il tema diventa particolarmente interessante, perché la scelta difficile non riguarda soltanto l’ambiente.
Riguarda il nostro rapporto con il controllo.
Per secoli abbiamo associato la capacità di proteggere il territorio alla quantità di controllo che riuscivamo a esercitare su di esso. Oggi una parte crescente della ricerca scientifica, dagli studi idraulici olandesi alle analisi del JRC sui servizi ecosistemici, suggerisce che la resilienza possa nascere anche da un’altra capacità: lasciare che alcuni processi naturali continuino a svolgere il proprio lavoro, monitorandoli e integrandoli con criteri rigorosi, anziché limitarci a sostituirli.
Forse è questo che rende così affascinante la storia arrivata dalla Repubblica Ceca.
Non il fatto che alcuni castori abbiano costruito una diga. Quello, in fondo, lo fanno da milioni di anni.
La parte interessante è che ci costringe a riconsiderare un’idea che abbiamo dato per scontata per generazioni: che proteggere la natura significhi necessariamente controllarla.
In un secolo che ci chiede di adattarci a cambiamenti sempre più rapidi, la scelta difficile potrebbe non essere decidere quanto intervenire.
Potrebbe essere capire quando lasciare che la natura partecipi alla soluzione, applicando lo stesso rigore con cui progettiamo qualsiasi altra infrastruttura.