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Focus Horizon

La scintilla che non si può fare

Macchine ATEX e atmosfere esplosive
25 Settembre 2026

In molti ambienti industriali, reparti di verniciatura, impianti chimici, depositi di gas, sili cerealicoli, linee di lavorazione di polveri organiche, l’aria non è semplicemente aria. Può contenere gas, vapori o polveri combustibili in concentrazioni sufficienti a formare un’atmosfera esplosiva. In queste condizioni, l’energia necessaria a innescare un’esplosione è spesso inferiore a quella di una comune scarica elettrostatica generata dallo sfregamento di un indumento sintetico.

Per il metano, l’energia minima di innesco è di circa 0,28 millijoule. Per il propano, 0,25 millijoule. Per l’idrogeno, appena 0,017 millijoule, un’energia talmente piccola da essere del tutto impercettibile per l’essere umano. Per alcune polveri organiche, come quelle presenti nei sili da grano o nelle linee di lavorazione delle spezie, i valori sono più alti, ma non per questo tranquillizzanti: bastano poche decine di millijoule per innescare una deflagrazione capace di propagarsi con forza devastante in spazi confinati.

 

Zone e apparecchiature: la logica della classificazione

La normativa ATEX, Direttiva 2014/34/UE per le apparecchiature, Direttiva 1999/92/CE per la protezione dei lavoratori, ha strutturato un sistema di classificazione delle aree basato sulla probabilità e sulla durata della presenza dell’atmosfera esplosiva. Per i gas e i vapori: Zona 0 (atmosfera esplosiva presente in modo continuo o per lunghi periodi), Zona 1 (presenza periodica in condizioni operative normali), Zona 2 (presenza improbabile o limitata nel tempo). Per le polveri, le zone corrispondenti sono la 20, la 21 e la 22.

A ogni zona corrisponde una categoria di apparecchiatura ammessa: la Categoria 1, la più protetta, è obbligatoria in Zona 0 ed è progettata per garantire la sicurezza anche in presenza di due guasti indipendenti simultanei. Le protezioni sono ottenute con diverse tecniche costruttive codificate dalla norma EN IEC 60079: custodie antideflagranti (Ex d), sicurezza intrinseca (Ex i), sicurezza aumentata (Ex e), immersione in olio (Ex o), pressurizzazione (Ex p). Ognuna risponde alla stessa logica: eliminare qualsiasi sorgente di innesco che possa entrare in contatto con l’atmosfera circostante.

 

Il punto critico: la vita della macchina dopo la certificazione

Il “sistema” ATEX è robusto nella fase di progettazione e di prima installazione. Diventa vulnerabile nel tempo, quando entra in gioco la vita reale degli impianti.

Una guarnizione sostituita con un materiale non certificato per quella zona. Una manutenzione eseguita con attrezzi non idonei alla categoria Ex. Un cablaggio riparato fuori specifica, con un pressacavo di tenuta diverso dall’originale. Una modifica alla macchina non accompagnata da una nuova valutazione del rischio. Sono situazioni in cui la protezione costruita nella macchina viene silenziosamente compromessa, spesso senza conseguenze immediate, il che le rende ancora più insidiose, perché alimentano la percezione che il problema non esista.

La storia industriale registra esplosioni avvenute in impianti classificati, con apparecchiature conformi, gestiti da personale esperto. L’elemento comune non era l’ignoranza: era una modifica non documentata, un componente sostituito senza verificarne la compatibilità con la zona, un intervento eseguito mentre l’impianto era ancora in atmosfera classificata.

 

Il principio che non cambia

La marcatura Ex non è una garanzia permanente: è una caratteristica che va preservata nel tempo, a ogni intervento, con materiali conformi e procedure specifiche per la zona. In un ambiente ATEX, la domanda corretta non è soltanto «questa macchina è certificata?» ma «questa macchina è ancora esattamente quella che è stata certificata, con ogni componente al suo posto?».

Perché in Zona 0, la scintilla sbagliata non lascia spazio a seconde possibilità.